Malattie Degenerative

Malattie Degenerative

Malattie Degenerative
Le degenerazioni tappeto-retiniche sono un vasto gruppo di malattie,

variamente trasmesse dal punto di vista genetico(Deutman, 1971) con modalità autosomiche ed eterosomiche, dominanti o recessive, con localizzazione retinica centrale, periferica o mista,per lo più caratterizzate da progressive alterazioni funzionali (del visus, campimetriche, cromatiche, adattometriche),elettrofunzionali(elettrooculografiche, elettroretinografiche, dei potenziali visivi evocati) e naturalmente oftalmoscopiche nonché fluorangiografiche.
Fra le più note di queste malattie vogliamo qui ricordare la retinopatia pigmentaria (nelle sue varianti: con o senza pigmento, uni o bilaterale,completa o a settore, punteggiata albescente);
tra le forme a localizzazione prevalentemente periferica, la distrofia dei coni e la malattia di Stargardt; tra le forme a localizzazione centrale,il fundus fl avimaculatus e la distrofia dei coni edei bastoncelli fra le forme miste.
A tutt'oggi non sono ancora stati chiariti i meccanismi eziopatogenetici delle eredo-distrofie per le quali tuttavia si ipotizza per lo più un danno di natura abiotrofica a carico di uno o più strati retino-coroidali- SIRAVO (Wirth
Cavallacci, 1984); il neuroepitelio nella malattia di Stargardt, nella distrofia progressiva dei coni, nella retìnopatia pigmentaria e l'epitelio pigmentato nel fundus flavimaculatus (Deutman,1971).
Per la retinopatia pigmentosa, inoltre, è stata da taluni (Heredia e Coll., 1984) ipotizzata una patogenesi autoimmunitaria.
L'intero gruppo di queste patologie, rappresenta un'importante causa di ipovedenza nella popolazione mondiale, data anche la scarsità, per non dire quasi l'assenza, di presidi terapeutici realmente efficaci finora a nostra disposizione
Si riconoscono otto diverse forme:
1. amaurosi congenita di Leber
2. distrofia dei coni
3. distrofia ialina della retina
4. distrofia vitelliforme di Best
5. distrofia vitreoretinica
6. malattia di Stargardt
7. retinite pigmentosa
retinitepigmentosa
8. retinite puntata albescens    
AMAUROSI CONGENITA DI LEBER TERAPIA GENICA
L'amaurosi congenita di Leber è una malattia genetica che colpisce la retina, provocando cecità o grave danneggiamento della vista fin dalla infanzia (in genere l'esordio è nei primi sei mesi di vita). È la causa più frequente di cecità infantile ereditaria, con un'incidenza di 3 casi ogni 100.000 nati vivi. Oltre alla marcata ipovisione, un altro sintomo tipico è il nistagmo, cioè il movimento continuo degli occhi.
Si conoscono 10-12 geni associati (quando alterati) all'amaurosi congenita di Leber; nel 10 per cento dei casi la malattia è causata da mutazioni del gene RPE65. La trasmissione avviene con modalità autosomica recessiva: perché la malattia si manifesti occorre ereditare le due copie alterate del gene coinvolto da entrambi i genitori.
Terapia genica nell’amaurosi congenita di Leber con mutazioni nel gene RPE65
La terapia genica è potenzialmente in grado di revertire la malattia o prevenire ulteriore deterioramento della visione in pazienti con degenerazione retinica ereditaria e incurabile.Uno studio di fase I ha valutato l’effetto della terapia genica sulla funzione della retina e sulla funzione visiva in bambini e adulti con amaurosi congenita di Leber.Sono state valutate la funzione della retina e quella visiva in 12 pazienti di età compresa tra 8 e 44 anni con amaurosi congenita di Leber associata a RPE65, sottoposti a una iniezione sottoretinica di virus adeno-associato contenente un gene che codifica per una proteina necessaria per l’attività isomeroidrolasica dell’epitelio pigmentato retinico ( AAV2-hRPE65v2 ) nell’occhio in condizioni peggiori a bassa [ 1.5 x 10(10) vettori ], media [ 4.8 x 10(10) vettori ] o alta dose [ 1,5 x 10(11) vettori ] fino a 2 anni.AAV2-hRPE65v2 è risultato ben tollerato e tutti i pazienti hanno mostrato un miglioramento sostenuto nelle valutazioni soggettive e oggettive della visione ( adattometria al buio, pupillometria, elettroretinografia, nistagmo ).I pazienti hanno mostrato un incremento di almeno 2 unità logaritmiche nella risposta della pupilla alla luce, e un bambino di 8 anni ha raggiunto circa lo stesso livello di sensibilità alla luce dei suoi coetanei senza problemi di vista.Il miglioramento maggiore è stato osservato nei bambini: tutti hanno acquisito ambulatory vision ( percezione delle ombre ).Dallo studio è emerso che la sicurezza, il grado e la stabilità del miglioramento della visione in tutti i pazienti sono a sostegno dell’uso della terapia genica mediata da virus adeno-associati per il trattamento di disturbi ereditari della retina.
Gli interventi più precoci sono associati a risultati migliori. ( Xagena2009 )  
 Nuove speranze per sconfiggere la cecità e recuperare parzialmente la vista. Una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine, ha scoperto una cura per l’amaurosi congenita di Leber, una forma di cecità ereditaria. Tre italiani che ne sono affetti sono già stati operati e hanno avuto dei grandi miglioramenti nella visione, mentre è già iniziato il trattamento per un quarto paziente.Per arrivare a questa terapia, è stato necessario il lavoro congiunto di ricercatori italiani coordinati dal Children Hospital di Filadelfia e dall’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (Tigem) e dal Dipartimento di Oftalmologia della Seconda Università degli Studi di Napoli.
La terapia genica consiste nell’iniettare, nello spazio sottoretinico dell’occhio dei pazienti, un vettore virale con la versione sana del gene alterato. Il gene corretto provvede poi a produrre la proteina mancante nei non vedenti affetti da amaurosi congenita.
Come è accaduto ai pazienti sottoposti a trattamento, una ragazza di 19 anni di Pavia, e due gemelli siciliani. I tre ora riescono ad effettuare percorsi ad ostacoli e hanno una visibilità nettamente migliorata.Maguire AM et al, Lancet 2009; 374: 1597-1605

DISTROFIA DEI CONI

Sinonimi:
Degenerazione combinata coni-bastoncelli·
Degenerazione progressiva coni-bastoncelli·
Distrofia coni-bastoncelli·
Distrofia retinica coni- bastoncelli· Distrofia retinica dei coni
E’ caratterizzata da degenerazione di coni e bastoncelli e dalla conseguente alterazione dellacapacità visiva.
Le distrofie dei coni e dei bastoncelli (CRD) sono distrofie retiniche ereditarie, che appartengono al gruppo delle retiniti pigmentose. La prevalenza è stimata a 1:40.000. Le CRD sono caratterizzate da depositi di pigmento sulla retina, visibili all'esame del fondo dell'occhio, localizzati soprattutto nella regione maculare. A differenza della classica retinite pigmentosa (RP), nota anche come distrofia dei bastoncelli e dei coni (RCD), dovuta alla perdita primitiva dei fotorecettori dei bastoncelli e, secondariamente, dei fotorecettori dei coni, le CRD sono caratterizzate da una sequenza opposta. La CRD presenta un coinvolgimento primitivo dei coni e, a volte, la perdita concomitante dei coni e dei bastoncelli. Questo spiega il fatto che i sintomi della CRD consistano essenzialmente in una riduzione dell'acuità visiva, difetti della visione dei colori, fotofobia e diminuzione della sensibilità visiva centrale, seguita successivamente dalla perdita progressiva della visione periferica e dalla cecità notturna. Il decorso clinico della CRD è di solito più grave e rapido rispetto a quello della RCD, in quanto può comportare cecità precoce e invalidità. Tuttavia, nello stadio finale, le CRD non si differenziano dalle RCD. Le CRD sono spesso non-sindromiche, ma possono comparire all'interno di alcune sindromi, come la sindrome di Bardet-Biedl (si veda questo termine) e l'Atassia Spinocerebellare tipo 7 (SCA7). Le CRD non-sindromiche sono geneticamente eterogenee (finora sono stati identificati dieci geni clonati e tre loci). I quattro principali geni-malattia coinvolti nella patogenesi delle CRD sono ABCA4 (che causa la malattia di Stargardt, si veda questo termine, e il 30-60% delle CRD autosomiche recessive), CRX e GUCY2D (responsabili di numerose forme di CDR autosomiche dominanti) e RPGR (che causa circa i 2/3 delle RP legate all'X e anche di una percentuale sottostimata delle CRD legate all'X). È probabile che alcune mutazioni nei geni che causano le RP e le distrofie maculari siano responsabili anche delle CRD. La diagnosi della CRD si basa sulla storia clinica, l'esame del fondo e l'elettroretinogramma. La diagnosi molecolare è disponibile per alcuni geni e la consulenza genetica è sempre indicata. Al momento non è disponibile nessuna terapia in grado di arrestare l'evoluzione della malattia o di restituire la vista. La prognosi per la vista è negativa. La terapia ha lo scopo di rallentare il processo degenerativo, trattare le complicazioni e aiutare i pazienti a fare fronte all'impatto psico-sociale della cecità. *Autore: Dott. C. Hamel (Febbraio 20007)*. Tratto da Cone rod dystrophies. Orphanet J Rare Dis. 2007;2:7.
L'amelogenesi imperfetta (AI) identifica un gruppo di malattie ereditarie dei denti, accomunate da un'anomalia dello smalto, che può essere sottile ma normale, oppure ipomineralizzato, o entrambi. Nella AI sono state descritte tutte le modalità di trasmissione. Tra le forme sindromiche di AI è stata osservata un'associazione con la distrofia retinica dei coni e dei bastoncelli, una malattia retinica rara che causa perdita iniziale della visione centrale, della visione cromatica e fotofobia, prima dei 10 anni, e successiva cecità notturna e restringimento del campo visivo. Sono state descritte diverse dorme di trasmissione, sia per l'AI che per la distrofia, mentre la sindrome che associa entrambi i sintomi è stata descritta in un'unica famiglia con 29 persone affette, a trasmissione autosomica recessiva.
DISTROFIA IALINA DELLA RETINA


Sinonimi:
Degenerazione ialoido-retinica di Favre·
Degenerazione ialoide-tappeto-retinica·
Degenerazione microfibrillare vitreoretinica di Favre· Malattia di Golman-Favre
Malattia caratterizzata da perdita graduale della vista o cecità notturna e da segni oculari che comprendono la liquefazione del corpo vitreo, la retinoschisi maculare e l’atrofia e la pigmentazione periferica dell’epitelio pigmentato della retina.
L’elettroretinogramma è estinto o marcatamente anomalo.
Origini e diffusione
E’ una malattia rara a prevalenza non nota. Maschi e femmine sono affetti in eguale misura.I pazienti giungono all’osservazione clinica nel corso delle prime duedecadi di vita per una cecità notturna associata a retinopatia pigmentaria insidiosa spesso bilaterale. Possono evidenziarsi retinoschisi periferica e ampie zone di degenerazione tipo lattice che provocano lacune retiniche.
Segni oculari associati possono essere la liquefazione del corpovitreo e la presenza di membrane epiretiniche. I pazienti possono sviluppare precocemente cataratta e distacco di retina. I vasi periferici retinici appaiono opachi o sclerotici. L’elettroretinogramma è estinto o marcatamente alterato già nei primi anni di vita. L’acuità visiva rimane relativamente stabile nelle prime due decadi, ma più tardivamente mostra un peggioramento significativo.
E’ una malattia genetica a trasmissione autosomica recessiva. Il gene responsabile non è noto.Criteri diagnosticiLa diagnosi rimane clinica e strumentale. Non esiste al momento un test genetico di conferma diagnostica.
Diagnosi differenziale
E’ necessario differenziare dalle altre forme di distrofia retinica:amaurosi congenita di Leber; distrofia vitelliforme di Best; distrofia vitreoretinica; retinite pigmentosa; retinite puntata albescens;malattia di stargardt.
Terapia
Non esiste al momento alcun trattamento causale della malattia. E’possibile effettuare un trattamento profilattico delle rotture retiniche asintomatiche per prevenire il distacco di retina,come nel suo caso.
E' una malattia genetica a trasmissione autosomica recessiva ,come lei diceva,ma non possono essere effettuati studi genetici specifici perchè non è conosciuto il gene responsabile!!!!DISTROFIA VITELLIFORME DI BEST
Sinonimi:
Cisti congenita vitelliforme della macula·
Degenerazione maculare vitelliforme·
Distacco centrale essudativo della retina·
Distrofia cistoide centrale· Distrofia maculare atipica vitelliforme
E’ un’affezione maculare bilaterale ereditaria dominante che presenta una penetranza incompleta ed espressività variabile. Può essere osservata anche in neonati, ma è più frequente nei giovani adulti. La diagnosi è spesso agevole e si avvale sia dell’aspetto clinico, fluorangiografico e anche gli esami elettrofisiologici, soprattutto l’elettoculogramma. Solitamente il visus è ben conservato e solo nelle forme più evolute si può avere un grado visivo piuttosto basso.
Le manifestazioni cliniche sono estremamente variabili sia per l’aspetto delle lesioni che per l’età di insorgenza. A secondo dell’aspetto della lesione sono stati descritti 5 stadi (classificazione di Mohler & Fine, 1981).
STADIO ASPETTO DELLA MACULA 0 fondo normale
1 alterazioni minori dell’epitelio pigmentato retinico
2 tipica lesione vitelliforme
2a aspetto a "uovo strapazzato"
3 fase dello "pseudoipopion"
4a epitelio pigmentato retinico atrofico
4b tessuto cicatriziale fibroso
4c neovascolarizzazione coroidealeEsistono delle varianti della malattia di Best caratterizzate da:Forma unilaterale: identica alla forma già descritta ma che interessa un solo occhio.Forme multiple: esiste una lesione maculare classica associata ad altre lesioni più piccole che si trovano in stadi evolutivi più precoci, ma che evolvono ugualmente verso la cicatrice centrale.Forma paramaculare: la lesione è spostata temporalmente sfiorando la foveola che rimane intatta. In questi casi l’acuità visiva rimane sempre buona.Forma essudativa neovascolare: si ha un improvviso abbassamento dell’acuità visiva e in alcuni casi può essere effettuato un trattamento laser.

DISTROFIA VITREORETINICA
Sinonimi:
Cisti gigante della retina·
Cisti retinica congenita·
Retinoschisi della fovea· Retinoschisi giovanile X-linked
La distrofia vitreoretinica è una malattia che colpisce quasi esclusivamente il sesso maschile. Sebbene la condizione abbia un esordio patogenetico congenito, i sintomi diventano evidenti solo verso i dieci anni.
Il deficit visivo è dovuto a una fenditura della retina che si divide in due strati.
Tale fenditura riguarda principalmente la macula, porzione centrale della retina responsabile della visione fine e dettagliata e della discriminazione dei colori. All’esame fundoscopico si riscontrano a
livello della fovea strisce raggiformi. Gli spazi creati dalla fenditura
retinica sono spesso occupati da vescicole e da vasi sanguigni, che vanno incontro a rottura con conseguente sanguinamento nel corpo vitreo.
MALATTIA DI STARGARDT
Sinonimi:
Degenerazione maculare giovanile·
Distrofia maculare pura· Fundus flavimaculato con degenerazione maculare
La degenerazione ereditaria maculare giovanile di Stargardt
Sinonimo della Degenerazione maculare giovanile o Distrofia maculare pura
La malattia di Stargardt è una forma giovanile di degenerazione ereditaria della macula, caratterizzata da macchie giallastre rotonde o pisciformi attorno alla macula, a livello dell'epitelio pigmentato della retina (EPR).
La malattia di Stargardt è la forma più comune di distrofia ereditaria della macula, con una prevalenza di circa 1: 8.000-10.000.
La malattia insorge caratteristicamente nella prima o nella seconda decade di vita e si manifesta con una riduzione dell'acuità visiva.
Negli stadi precoci, la macula mostra di solito evidenti modificazioni dell'epitelio pigmentato della retina, che sono seguiti dalla comparsa di una zona ovoidale orizzontale di atrofia "bronzea".
Negli ultimi stadi, le lesioni della macula possono associarsi ad una distrofia areolare centrale della coroide. L'angiografia con fluorescina rivela una caratteristica coroide scura ("silenzio coroideo"), probabilmente dovuta all'accumulo di lipofuscina nell'epitelio pigmentato della retina. Questa malattia ha di solito un'eredità autosomica recessiva, ma sono state descritte alcune famiglie dominanti. La forma autosomica è dovuta a mutazioni nel gene ABCR, che codifica per una proteina del trasporto attraverso la membrana cellulare, espressa nei segmenti esterni dei bastoncelli.
Non è al momento disponibile nessuna terapia efficace per la malattia di Stargardt,ma ci stiamo occupando di tutto quanto la ricerca propone!!!!

RETINITE PIGMENTOSA
Si tratta di una patologia che appartiene a un gruppo di malattie ereditarie caratterizzate da una degenerazione progressiva della retina in entrambi gli occhi. Provoca la perdita graduale della visione notturna e del campo visivoperiferico, ma agli ultimi stadi si può verificare anche una perdita della visione centrale. A causa della retinite pigmentosa (nota anche come 'retinosi pigmentaria' o 'retinopatia pigmentosa') si verifica una perdita dell'acutezza visiva, con un progressivo restringimento del campo visivo che può progredire fino all'ipovisione e, nei casi più gravi, alla cecità.
Come funziona la retina?
La retina è costituita da cellule nervose disposte in strati; immaginiamola come una pellicola fotografica. È in assoluto la struttura del nostro occhio più importante ed è essenziale nel processo della visione. Infatti i raggi luminosi che giungono dall’esterno vengono messi a fuoco sulla retina e qui trasformati in segnali elettrochimici che, attraverso il nervo ottico, giungono al cervello che le percepisce come immagini. Nel caso in cui le cellule della retina sono danneggiate la visione viene meno.
Nella retina esistono circa 131 milioni di cellule sensibili alla luce (fotorecettori). Si distinguono due tipi:I coni, così chiamati per la loro forma, recepiscono soprattutto i particolari delle immagini e i vari colori; ve ne sono di tre tipi diversi, che riconoscono rispettivamente il rosso, il verde e il blu (una loro combinazione viene però interpretata dal cervello come un colore specifico). Nella retina ve ne sono circa 6 milioni e si concentrano soprattutto al centro (macula); quindi, sono ovviamente fondamentali per la visione centrale (lettura, riconoscimento dei volti, guida, ecc.). La loro capacità di distinguere i dettagli è circa cento volte superiore rispetto ai bastoncelli.I bastoncelli, dalla linea allungata ed affusolata, reagiscono prevalentemente al contrasto fra il chiaro e lo scuro e al movimento degli oggetti. Sono circa 125 milioni e si concentrano nella zona periferica della retina, dove sono presenti in misura venti volte superiore rispetto ai coni.Nella parte centrale della nostra retina prevalgono dunque i coni, mentre sono invece pochi i bastoncelli. Nell'area periferica sono, invece, assai più numerosi i bastoncelli, grazie ai quali possiamo avvertire un corpo in movimento (con la coda dell'occhio), anche se non siamo in grado di distinguerne i particolari (il riconoscimento avviene per mezzo dei coni).     
 
Quante persone colpisce la retinite pigmentosa?
La retinite pigmentosa, secondo le statistiche internazionali, colpisce circa una persona su 4000; attualmente si ritiene che coinvolga una cinquantina di geni*. Putroppo attualmente non esiste ancora alcuna cura efficace, nonostante diverse équipe di ricerca stiano lavorando su di essa.Molto spesso la retinite pigmentosa compare tra la pubertà e l'età matura, ma non sono assolutamente rari gli esempi di bambini colpiti nella prima infanzia. La capacità visiva della persona colpita subisce una riduzione progressiva. L'unica informazione certa di cui gli scienziati dispongono è l'origine genetica della retinite pigmentosa, la quale viene trasmessa ereditariamente, di generazione in generazione, seguendo meccanismi ormai noti (i geni responsabili sarebbero una cinquantina).
Si possono fare figli con un/a malato di retinite pigmentosa?
Se si vogliono fare figli con una persona colpita da retinite pigmentosa (RP) è senz'altro opportuno prima ricorrere ad approfonditi esami genetici per poter quantificare i rischi di trasmissione della malattia.
Quali forme esistono di retinite pigmentosa?
Le forme genetiche di retinite pigmentosa sono essenzialmente quattro:1.     autosomica dominante
          a) può colpire maschi e femmine con pari frequenza;
          b) non salta le generazioni.
2.     autosomica recessiva
        a) la malattia colpisce con pari frequenza entrambi i sessi;  
        b) la malattia salta le generazioni, anzi non è infrequente l’evenienza che in una famiglia coinvolta compaia a memoria d’uomo un solo caso, ovvero che sia simulata una forma sporadica. 
3.     legata al cromosoma X (cioè legata al sesso)
Secondo questo tipo di trasmissione ereditaria, risultano colpiti dalla malattia solo soggetti di sesso maschile, i quali però ereditano il gene patologico dalla madre che è portatrice sana; data una donna in tale condizione, il rischio di malattia per ogni figlio maschio è del 50%
4.     sporadica
Le forme sporadiche (circa il 30% di tutti i casi) prevedono la presenza di un unico caso a memoria d’uomo in una famiglia. La sporadicità è solo una constatazione familiare, ma è molto difficile escludere l’eredità recessiva oppure quella legata al sesso, se la persona affetta è un maschio.
Bisogna differenziare, inoltre, la retinite pigmentosa primaria, in cui esiste solo l'interessamento oculare, da quella associata a malattie extraoculari.
 Quali sono i sintomi?
I principali sintomi che possono indurre il medico a sospettare di trovarsi di fronte ad un caso di retinite pigmentosa sono essenzialmente due:1. Cecità crepuscolare e notturna
E’ la difficoltà a vedere in condizioni di scarsa illuminazione (muoversi e guidare di sera o di notte) o il ritardato adattamento nel passare dagli ambienti illuminati a quelli oscuri (entrare in una sala cinematografica buia). Questo fenomeno è dovuto al fatto che, almeno per la maggior parte dei casi, la malattia nelle prime fasi dello sviluppo aggredisce prevalentemente i bastoncelli.
2. Restringimento del Campo Visivo (visione tubulare)
Si manifesta con la difficoltà nel percepire gli oggetti posti lateralmente oppure nell'inciampare in gradini e ostacoli bassi. L'alterazione del campo visivo è progressiva e può coinvolgere anche la parte centrale della retina, con perdita delle capacità visive centrali. La velocità di progressione della malattia e l'età di comparsa dei sintomi variano in relazione a molti fattori tra cui il modello di trasmissione genetica. Si riscontra, inoltre, un'aumentata sensibilità all'abbagliamento (che si verifica anche con molte altre patologie oculari); svaniscono i contrasti e diventa difficile percepire l'ambiente circostante.
 Come si effettua la diagnosi?
 La diagnosi di retinite pigmentosa in presenza di tutti i sintomi classici è facile ed è di pertinenza dell’oculista (e del genetista). Vengono generalmente effettuati:- l'esame del visus
- l'esame del fondo dell'occhio e la sua fotografia
- l'esame del campo visivo
- l'elettroretinogramma
- la fluorangiografiaLa malattia può essere diagnosticata fin dall’infanzia, nell’adolescenza e, non di rado, anche in età adulta. Nei casi dubbi, la diagnosi si basa su tutti i dati clinici ottenibili (età di esordio, modalità evolutive, eventuale associazione con altri sintomi oculari od a carico di altri organi ed apparati) e su un approfondito studio elettrofisiologico (elettroretinogramma ed elettroculogramma) ed adattometrico. Possono risultare utili e complementari lo studio del senso cromatico e la fluoroangiografia retinica. E’ necessario inoltre esaminare tutto il nucleo familiare, allo scopo di definire il tipo di trasmissione ereditaria.
L' esame del visus                                                                                    
Permette di valutare l'acutezza visiva nella porzione centrale della retina. Consiste nella lettura di caratteri di varia grandezza alla distanza di 5 metri.
L'esame del fondo oculare                                                                               
Ha lo scopo di valutare la morfologia della retina e di ricercare la presenza di caratteristiche macchie di pigmento sulla superficie retinica, che nella malattia hanno un aspetto tipico detto ad osteoblasti. Talune forme di retinite, pur presentando gli stessi sintomi, non sono però caratterizzate dalla presenza di macchie sul fondo dell'occhio.
L'esame del campo visivo
Permette di valutare la sensibilità retinica ad uno stimolo luminoso nelle varie zone della retina. È utile per avere una documentazione oggettiva delle difficoltà percepite dal paziente durante il movimento per monitorare l’evoluzione della malattia.L’elettroretinogramma (ERG)                                                                               
Consiste nella registrazione dell'attività elettrica della retina in risposta a particolari stimoli luminosi. Permette di valutare in modo distinto la funzionalità dei due tipi di fotorecettori (i coni ed i bastoncelli). L'elettroretinogramma è un esame molto importante per diagnosticare la Retinite Pigmentosa, poichè anche quando la malattia è ancora in fase iniziale, il tracciato che ne deriva è quasi sempre estinto e molto appiattito.La fluorangiografia (FAG)
Si inietta per via endovenosa una sostanza fluorescente e si eseguono delle fotografie della retina in tempi diversi. Infatti, tramite la circolazione sanguigna, la sostanza fluorescente giunge sino alla retina, rendendo visibili, colorandole, le arterie, i capillari e le vene ed indica lo stato delle loro pareti.
Che decorso ha la malattia?
Il decorso della malattia ha una durata estremamente variabile, ma comunque è sempre progressivo ed invalidante. Nella maggioranza dei casi i sintomi si aggravano e purtroppo il campo visivo si restringe sempre più fino a chiudersi completamente. Compaiono inoltre anche altri disturbi, come l'abbagliamento, l'incapacità di distinguere i colori e una particolare forma di cataratta. Malauguratamente l'esito finale è, in molti casi, la cecità assoluta.
Si può curare?
Attualmente non è considerata una malattia curabile. Molte speranze erano state riposte sulle possibilità della terapia iperbarica (ossigenoterapia; OTI) di arrestare l’evoluzione della malattia. Numerosi studi hanno effettivamente registrato una risposta cellulare positiva, dimostrata anche strumentalmente con l’elettroretinogramma (ERG), che evidenziava un incremento della sua ampiezza statisticamente significativo nei pazienti trattati in camera iperbarica con ossigeno. Purtroppo l’ossigenoterapia non è risolutiva e non elimina il problema alla sua origine. Maggiori prospettive ci vengono dalla ricerca, sebbene pochi progressi concreti siano stati compiuti fino ad oggi, sia sul fronte delle cure possibili, sia su quello (altrettanto importante) della comprensione delle cause che determinano la retinopatia pigmentosa e che ne regolano il decorso. Attualmente i filoni più promettenti della ricerca internazionale sono principalmente la terapia genica, il ricorso a cellule staminali, il trapianto di retina o di fotorecettori.
Le vitamine possono aiutare?
Secondo alcuni studi l'assunzione di elevati dosaggi di vitamina A potrebbe contribuire a rallentare la progressione della malattia, mentre la vitamina E avrebbe un effetto contrario. In un esperimento condotto nel lontano 1993 si fa presente che i malati (18-49 anni), nonostante l'assunzione massiccia della vitamina A, vedevano tuttavia calare la vista (mediamente perdevano una riga l'anno nell'ottotipo). Una recente ricerca condotta su studi precendenti (metastudio), pubblicata a dicembre del 2013, ha concluso comunque che non esistono prove sufficienti che dimostrino l'efficacia della vitamina A (né dell'olio di pesce) nel rallentare la progressione della retinitite pigmentosa.
Terapia genica
Si propone di identificare i geni responsabili della malattia, per poter poi intervenire con le tecniche più sofisticate dell'ingegneria genetica. In particolare si mira alla sostituzione dei geni 'difettosi' con geni sani e, nel caso della trasmissione autosomica dominante, alla disattivazione dei geni nocivi***. Per veicolare il materiale genetico 'buono' generalmente si usa un virus vettore (quello del raffreddore) preventivamente reso innocuo. Come se fosse un cavallo di Troia, il rinovirus è in grado di trasportare parti del dna necessarie alla 'riparazione' genetica: effettuando delle iniezioni sotto la retina si punta a curare la malattia. Tale approccio ha avuto in parte successo soprattutto sui bambini colpiti da un'altra malattia genetica che colpisce la retina: l'amaurosi congenita di Leber. Tuttavia la retinite pigmentosa coinvolge un numero superiore di geni e, dunque, è più difficile da trattare geneticamente.
Cellule staminali
Con l'impiego di cellule staminali si sta tentando di rimpiazzare i fotorecettori persi a causa della degenerazione retinica. Sono stati ottenuti risultati incoraggianti con staminali embrionali impiantate nella retina dei topi, ma solo in un quarto dei casi; in oltre la metà dei casi, invece, si sono avuti distacco di retina e sviluppo di tumori****. Dunque, bisognerà attendere ancora molte ricerche affinché l'impiego delle staminali possa essere perfezionato, almeno nei Paesi che consentono l'uso delle embrionali che, in futuro, potrebbe essere esteso agli esseri umani a livello retinico. In alternativa si potrà presumibilmente ricorrere alle cellule staminali riprogrammate (ottenute da cellule adulte), 'ringiovanite' mediante tecniche di ingegneria genetica; ma occorreranno ancora molti studi affinché le staminali si possano usare con successo per rigenerare la retina, riducendo al contempo le possibili complicazioni (tra cui l'insorgenza di tumori).Trapianti
L'intento è quello di mettere a punto una tecnica che renda possibile il trapianto di tessuto retinico o, per lo meno, l'innesto di cellule sane su retine malate. Attualmente, tuttavia, il trapianto di retina non è mai stato effettuato con successo (né del tutto né in parte).
Immunologia
Si prefigge di verificare alcune teorie che ipotizzerebbero un'alterazione del sistema immunitario che potrebbe essere il principale fattore scatenante della malattia.
Il futuro delle cure potrebbe risiedere nelle cellule staminali e nella terapia genica.
In alcuni malati che hanno perso la vista a causa della retinite pigmentosa sono state impiantate sperimentalmente retine elettroniche, restituendo loro (quando l'intervento ha avuto successo) una vista rudimentale.
RETINITE PUNTATA ALBESCENTE
Sinonimi:
Retinopatia punteggiata albescente
La retinite puntata albescens si caratterizza per la presenza regolare su tutto il territorio retinico di chiazzette bianche, che possono precedere o coesistere con la pigmentazione tipica della retinite pigmentosa. I sintomi peculiari sono l’emeralopia e il difetto
campimetrico, caratterizzato inizialmente da uno scotoma centrale e,successivamente, da un restringimento concentrico che comporta
una visione tubolare.
L’ERG è alterato o estinto.
Malattia genetica a trasmissione autosomica recessiva. Il gene responsabile non è ancora noto.